Sabato 13 novembre a Glasgow si è conclusa la Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici in seno alle Nazioni Unite, la cosiddetta COP 26.
Le aspettative erano alte e la pressione internazionale della società civile ha fatto sentire la propria voce ai leader che si sono trovati a negoziare durante la Conferenza, ribadendo che non c’è più tempo per rimandare decisioni cruciali, indispensabili per limitare l’aumento della temperatura a 1.5 °C rispetto all’era pre-industriale. Il risultato per molti però, ha disatteso le aspettative e ha deluso chi si aspettava quel passo decisivo verso il completo phase out, ovvero interruzione non graduale circa l’estrazione e l’uso dei combustibili fossili negli anni a venire.
L’esempio emblematico è il carbone, purtroppo non definitivamente depennato dalle risorse utilizzabili ma oggetto di una graduale riduzione -il cosiddetto phase down - soprattutto per merito dell’India appoggiata tacitamente da Australia e Cina. Questi paesi infatti, sono riusciti anche ad evitare l’impegno concernente il blocco dei sussidi diretti all’estrazione ed utilizzo di questa materia prima, portando decisamente indietro la lancetta dell’orologio.
Sono comunque decine i testi approvati, i quali spesso rimandano le decisioni e gli impegni da sancire alle prossime Conferenze delle parti. Tra i più importanti troviamo i seguenti:
• Ndcs, ossia gli impegni di carattere volontario di riduzione delle emissioni. A tal proposito, è stato stabilito che a partire dal 2025 i paesi dovranno adottare impegni condivisi multilateralmente per la riduzione delle emissioni di CO2 su un periodo di 10 anni. Data però la mancanza di unanime consenso sul 2025 come data di inizio, è stata concessa la presentazione dei propri impegni anche dal 2030, concedendo quindi sostanzialmente a tutti di temporeggiare altri 5 anni.
• Finanza climatica, relativa alla già tanto paventata possibilità da parte dei paesi più industrializzati di creare un fondo per l’emergenza climatica diretto ai paesi in via di sviluppo, che sono anche coloro che stanno pagando il prezzo più alto riguardo al riscaldamento globale. Non si è comunque giunti a nulla di chiaro e stabilito e sono stati fissati incontri ad hoc per discuterne tra il 2022 e il 2024.
• Loss and damage, contestuale al tema della finanza climatica. Tale strumento mira a stabilire un risarcimento economico da parte dei paesi più industrializzati verso quelli che ne stanno pagando maggiormente le conseguenze. Anche qui, la COP 26 ha rimandato la decisione ai futuri summit.
• BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance, ovvero la creazione di un’alleanza per traghettare i Paesi che decidono di farne parte verso lo stop all’uso di petrolio e gas dal mix energetico utilizzato dalle singole Nazioni. Al momento è stata sottoscritta solo da 11 parti, e non solamente da Nazioni. Ci sono 3 forme di membership che implicano diversi gradi di coinvolgimento circa gli adempimenti: Core member, dove ci si impegna a non dare più concessioni per le attività di produzione ed esplorazione di petrolio e gas ; Associate member, per impegnarsi a tagliare i sussidi rivolti a gas e petrolio (sia all’estero sia sul territorio nazionale); e Friend, al fine di allineare l’uso di gas e petrolio per rispettare l’Accordo di Parigi. Al momento l’Italia ha aderito come firmataria scegliendo la tipologia meno impegnativa di Friend member.
I pareri sui risultati ottenuti da questa COP sono discordanti: alcuni enti come l’ Agenzia Internazionale dell’Energia si sono espressi positivamente, affermando una limitazione della temperatura entro il secolo a 1.8 °C, grossomodo in linea con quanto stabilito dagli Accordi di Parigi; altri come il Climate Action Tracker, che monitora e calcola gli effetti sul clima degli impegni di decarbonizzazione sulla base degli accordi, pronostica un riscaldamento di 2,4 °C per la fine del secolo. Non è quindi nemmeno chiaro se gli impegni presi saranno sufficienti o meno per rispettare l’obbiettivo del 1.5°C. Si rimanda tale conclusione alla prossima COP27 del 2022 in Egitto.
